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Quella contro la Mar Jonio è stata una punizione

Unica nave del soccorso civile con bandiera italiana, nel dicembre 2021 il rimorchiatore Mare Jonio ha ottenuto dall’ente di classificazione ufficiale la classe “Rescue” nel corso di una recente sosta nel porto di Trapani, ha addirittura imposto alla nave di sbarcare “le attrezzature e gli equipaggiamenti per lo svolgimento del servizio di salvataggio”.

Cronaca - di Ammiraglio Vittorio Alessandro

20 Ottobre 2024 alle 22:00

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Foto Antonino Maggiore/LaPresse
Foto Antonino Maggiore/LaPresse

Se una associazione volesse, in Italia, dedicare volontariato, per esempio, alla protezione civile o al trasporto di infermi, certamente troverebbe l’incoraggiamento delle autorità preposte. Non è così per il soccorso civile in mare, che l’autorità marittima fa di tutto per scoraggiare, ostacolare e addirittura perseguire: ultima vittima, la nave Mare Jonio da poco raggiunta da un fermo amministrativo di venti giorni, con la sanzione al comandante da 2 a 10 mila euro.

Unica nave del soccorso civile con bandiera italiana, nel dicembre 2021 il rimorchiatore Mare Jonio ha ottenuto dall’ente di classificazione ufficiale (il Registro italiano navale) la classe “Rescue”, cioè l’abilitazione a compiere salvataggi – purché lo sbarco dei naufraghi avvenga entro le 24 ore – in quanto dotato della struttura, delle sistemazioni e delle attrezzature richieste per svolgere, appunto, l’attività di soccorso. Nonostante ciò, l’autorità marittima, senza motivazioni esplicite, nel corso di una recente sosta nel porto di Trapani, ha addirittura imposto alla nave di sbarcare “le attrezzature e gli equipaggiamenti per lo svolgimento del servizio di salvataggio”. Messa alle strette, la Mare Jonio ha dunque lasciato in banchina gli apprestamenti necessari al recupero e al ricovero dei naufraghi, e ha ripreso il mare.

Alle 5 del mattino del giorno 14 ha portato in salvo 58 naufraghi fra bengalesi ed egiziani. Erano giovani, mi ha detto il medico che li ha visitati, e tutti recavano sul corpo i segni delle torture. Alle 6,03 la nave ha riferito al Imrcc, il Centro di coordinamento della Guardia costiera di avere eseguito un soccorso e ha richiesto l’assegnazione del porto di sbarco. La risposta è arrivata alle 13,06, sette ore dopo, con l’ordine di raggiungere Napoli (350 miglia nautiche da Lampedusa, circa 35 ore di viaggio). Impostata, dunque, la prua verso Napoli, il comandante Filippo Peralta ha comunque segnalato al Centro di soccorso lo stato di forte vulnerabilità in cui versavano i naufraghi e l’obbligo imposto dal Registro navale di sbarcarli entro 24 ore dall’intervento di salvataggio.

Di altre interlocuzioni ho notizia, ma non intendo riportarle. Alle 22,21 la replica formale dell’Imrcc: Porto Empedocle è il nuovo porto di assegnazione. Lì, appena giunta, l’autorità marittima – che aveva già pronto un documentatissimo verbale di nove pagine – ha fermato la nave e sanzionato il suo comandante per avere eseguito un soccorso, “non essendo idonea allo svolgimento di tale servizio”. Appartengo alla generazione dei militari addestrati a considerare il soccorso in mare il compito precipuo delle Capitanerie di porto. Erano i tempi in cui l’intervento salvifico di una nave – un mercantile, un peschereccio, un’imbarcazione da diporto – mai si sarebbe risolto in un controllo ai suoi danni, o peggio in un atteggiamento di sfida che vede lo Stato avvalersi della propria forza per allontanare la gente di mare dalla missione (spontanea, quasi un riflesso condizionato) di salvare altre vite. Questa storia e altre simili mi dicono quante stagioni da allora siano trascorse e quante coscienze, nel frattempo, si siano appannate.

20 Ottobre 2024

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