L'intervista all'attivista e attrice
Quegli “zingari” infelici di Lucio Corsi, Dijana Pavlovic: “Se la poteva risparmiare, ma non si può chiedere a un artista di cambiare una canzone”
La polemica sulla canzone "Altalena Boy" innescata dall'artista e attivista Rašid Nikolić. "Il lavoro di un artista può essere anche contestato ma non gli si può chiedere di non esprimere la sua arte"
Cultura - di Antonio Lamorte

Quello che si può dire o non si può dire è diviso da una linea invisibile, capace di scatenare polemiche implacabili e shitstorm spietate. A volte a ragione, a volte meno. È successo anche a Lucio Corsi, esploso con tutti i meriti in virtù di una carriera coltivata per anni sottotraccia e di un talento arrivato al pubblico più vasto grazie alla sua Volevo essere un duro, seconda al Festival di Sanremo, la canzone che porterà anche all’Eurovision che si terrà in Svizzera a inizio maggio. Un artista e attivista Rom, Rašid Nikolić, ha pubblicato una lettera, premettendo di aver provato a mettersi in contatto con l’artista, stigmatizzando una vecchia canzone, degli esordi, Altalena Boy, in cui nei pettegolezzi popolari e giornalistici sul mistero di un bambino scomparso al parco compariva l’ipotesi che “c’è chi dice l’hanno preso gli zingari e l’han portato in un parco fuori Roma”.
Nikolić ha invitato il cantautore a riconoscere il suo errore, a modificare o a ritirare la canzone, a incontrare attivisti e associazioni, a compiere un gesto concreto di riparazione a sostegno della comunità Rom e contro i pregiudizi. Ha ricordato che la parola “zingaro” è “un insulto, un dispregiativo che significa ‘schiavo’ e richiama al periodo in cui il popolo Rom fu schiavizzato per 500 anni nei principati Danubiani” mentre per Treccani si tratta dell'”adattamento italico di uno dei nomi, Atsigan e più tardi Tsigan, dati agli Zingari, che significherebbe ‘intoccabile‘”. È una parola che hanno usato anche Fabrizio De André, Claudio Lolli (Ho visto anche degli zingari felici), Fiorella Mannoia, Francesco De Gregori, Umberto Tozzi, Iva Zanicchi.
Abbiamo scritto in un altro articolo come il tono, il contesto, la fiction dai tratti fantascientifici e giallisti non rendano Altalena Boy una canzone razzista. Ma considerata la stratificazione del tema, ne abbiamo parlato con Dijana Pavlovic, attivista, attrice, portavoce del movimento Kethane – Rom e Sinti per l’Italia, che spesso ha collaborato con questo giornale per parlare di discriminazione verso la minoranza, anche quanto il tema non era all’ordine del giorno. C’è chi dice che “non si può più dire niente”: non è vero. Si può dire tutto, altroché, basta pensare al linguaggio feroce della politica di questi anni. È solo che c’è più attenzione, più voci, più sensibilità che oggi mettono in discussione espressioni e modalità comunicative che una volta non avrebbero fatto notizia ma che non è detto fossero innocue. Non è tutta Cancel Culture.
Non ha firmato l’appello di Rašid Nikolić. Perché?
Prima di tutto penso che si può denunciare e criticare, ma tentare di far cambiare il testo a un artista non è giusto. Questo a un livello più superficiale. A un livello più profondo, capisco le motivazioni dell’attivismo, anche da un punto di vista personale, ma penso che questo tipo di operazioni siano una forma di distrazione dalla possibilità di andare più a fondo nelle questioni. Finisce tutto con le parole, con il dibattito sul politically correct. E una volta che uno ha cambiato il testo della canzone, o ha chiesto scusa pubblicamente, o ha fatto finta di niente, finisce tutto fino a quando non esplode il prossimo caso. Si rischia di rimanere imprigionati in una polemica laterale.
Cosa pensa della canzone? Crede riverberi uno stereotipo?
Certo che sì, lo ripropone. Non mi fa piacere ma lo metto nel contesto in cui è. Quel passaggio se lo poteva risparmiare o poteva esprimerlo meglio. Poi certo non va sbattuto in prima pagina, trattato come razzista.
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Da dove arriva questo stereotipo secondo cui gli “zingari rubano i bambini”?
È molto antico e persistente nel tempo. In Germania nel 1438 un documento descriveva i Rom come “gente oscura e pericolosa, venuta non si sa da dove, che compie atti malvagi e non ha casa né legge”. L’accusa di rapire i bambini si è rafforzata nei secoli diventando un pregiudizio collettivo. I figli, nel Medioevo, erano considerati un investimento per il futuro della comunità: più figli significava più forza lavoro, più protezione per la famiglia, più garanzia di sopravvivenza. I Rom erano degli invisibili: non erano documentati da nessuna autorità, non avevano un re, non avevano territori assegnati. Se un bambino spariva e nei paraggi c’era un accampamento Rom, l’accusa poteva ricadere su di loro per esclusione, perché nessun registro poteva dimostrare il contrario. Un popolo che si spostava era visto con sospetto, come una minaccia, non rientrava in alcuna categoria. Questo portava alla convinzione che dovessero avere un motivo oscuro per spostarsi: il furto, l’inganno, la stregoneria. Si pensava rapissero i bambini per crescerli nelle loro comunità o per venderli, una paura diffusa in un’epoca in cui il commercio di esseri umani era ancora largamente praticato. E la divinazione delle donne Rom, quelle che leggevano la mano e predicevano il futuro, era considerata una pratica pericolosa, legata alla stregoneria. I racconti popolari narravano di streghe che rubavano neonati per sacrificarli al diavolo o per usarli in pozioni magiche. Le donne rom, con i loro abiti esotici, le loro parole incomprensibili e la loro capacità di predire il destino, finirono per incarnare questa paura. La dinamica non è soltanto quella del razzismo puro ma ancora più feroce, più atavica e profonda, quella del capro espiatorio. Semplicemente esistendo, uno stile di vita diverso suscitava paura.
Da dove viene la parola zingaro?
L’etimologia accreditata come più giusta è quella riportata da Treccani. Il collegamento di Rašid, che conosco e apprezzo è comunque opportuno, perché i Rom per 500 anni hanno vissuto come schiavi nelle zone dell’attuale Romania.
Crede che certe parole possano essere utilizzate soltanto dalle stesse minoranze interessate? È un dibattito attuale, è quello che succede con “n*gger” negli Stati Uniti, per esempio.
Sì, certo. Ma il sovra-utilizzo del politically correct ha svuotato il peso, il significato delle parole quando vengono strumentalizzate. Abbiamo combattuto molto parola la “zingaro” che era sinonimo di un’entità pericolosa, sporca e brutta ma che conteneva anche elementi romantici ed esotici, indicava la libertà, la musica. Però la parola Rom ha assunto tutto il peggio della parola “zingaro” ma senza quella parte romantica, che abbiamo perso e che non abbiamo saputo valorizzare, l’abbiamo negata, non siamo riusciti a restituire quella dimensione dello “zingaro” in noi.
Quindi è stato peggiorativo il passaggio da “zingaro” a Rom, si è conservata soltanto la parte negativa?
Io so chi sono. Noi, in famiglia, ci siamo sempre definiti Rom. Ho vissuto e subito l’epiteto di essere chiamata “zingara”, è stato terribile, e ho vissuto anche questa dimensione dello stereotipo esotico e romantico, che ferisce anche quello. Ho fatto tanta fatica per arrivare a comprendere questa esperienza di esser chiamata “zingara” e qual è la parte intima legata alla cultura “zingara” nella mia vita. Ma se smetti di chiamarmi zingaro e attribuisci alla parola Rom la dignità che dovrebbe meritarsi ha un senso, altrimenti è un gioco, per me è del tutto indifferente.
A Lucio Corsi è stata inoltre imputato di non aver contestualizzato la dimensione di quei versi ma non si possono fare delle note a piè di pagina in una canzone e l’ambientazione e gli attori all’interno del brano sono chiari.
Non so, non saprei rispondere. Anche Fabrizio De André cantava in Sally degli zingari nel bosco ma quella è una poesia meravigliosa. I ragazzi con cui mi confronto mi fanno notare canzoni come quella di Iva Zanicchi, “che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va”, ma non capisco cosa voglia dire, non mi interessa, è un livello completamente diverso rispetto a quello di De André. L’arte è un linguaggio profondo, dovrebbe essere autentico, vero, ci permette di riflettere su aspetti sui quali altrimenti non soffermeremmo. Il lavoro di un artista può essere anche contestato ma non gli si può chiedere di non esprimere la sua arte. D’altra parte sembra che oggi non si possa parlare di niente se non se ne fa lo scandalo, è una regola imposta dalla società dei media. Io ne parlerei in modo più profondo. Sono in un’altra fase.
In che fase si trova?
In 18 anni di attivismo ho attraversato diverse fasi, in questo momento mi sento stufa di giustificarmi, di dire che non sono cattivo, che non sono sporco. Voglio capire, riappropriarmi della “zingara” che è in me. A questo ragazzo gli farei capire la mia alterità, la mia diversità.