La rappresaglia
Pestaggio brutale al Cpr di Trapani, le urla dei migranti: “Aiuto!”
Rappresaglia con i manganelli per aver sorpreso un migrante che con uno smartphone tentava di denunciare un tentativo di suicidio per impiccagione
Cronaca - di Angela Nocioni

“Aiuto! Aiuto! No, no!”. Sono grida disperate. Ascoltatele, se potete. Vengono dal centro per il rimpatrio di Milo, a Trapani. Sono state registrate durante un pestaggio lunedì 24 marzo dentro il Cpr. Agenti in tenuta antisommossa hanno fatto irruzione e hanno manganellato furiosamente tutti i presenti. Sangue e ferite. Si è salvato solo chi è riuscito a nascondersi sotto il letto. Nei Cpr sono rinchiuse persone in detenzione amministrativa, ossia persone che non sono nemmeno accusate di aver compiuto reati. A parte le espulsioni giudiziarie che sono una esigua minoranza, si tratta di persone ritenute – non da giudici ma da funzionari delle prefetture – migranti da rimpatriare, privati della libertà e rinchiusi in celle in violazione della Costituzione italiana. La rete Mai più lager – No ai Cpr denuncia: “Ci è arrivato questo video registrato da una videocamera rotta insieme a messaggi da una persona in lacrime che chiedeva aiuto per le persone detenute lì dentro che ci ha detto: ‘Siamo tutti pieni di sangue, ci hanno menato tutti quanti! Aiutateci!’. Una persona è stata sorpresa con uno smartphone mentre filmava l’ennesima “corda” di questi giorni, ossia un tentativo di impiccarsi. Di qui la rappresaglia. In quel Cpr non sono ammessi neppure i cellulari non smartphone: ci sono solo poche e costosissime cabine telefoniche. Questo isolamento fa del Cpr di Milo uno di quelli dove si viene trasferiti per punizione: da lì non può venire fuori nulla”. È stato portato in ospedale qualcuno dei detenuti picchiati? Non ce li portano mai, per evitare che riferiscano.
Denuncia Teresa Florio, una delle attiviste di Mai più lager: “Insieme a quelli di Macomer, Caltanissetta e Brindisi, dei 10 Cpr esistenti in Italua, quello di Trapani è uno di quelli dai quali trapelano meno notizie. Ma le poche volte che si è aperto uno spiraglio, abbiamo intravisto l’inferno. Non da meno è il Cpr di Bari, dal quale, pure con i telefoni solo-voce, arrivano quasi quotidiane notizie di pestaggi da parte delle forze dell’ordine, a danno di persone che semplicemente rivendicano il proprio diritto di cura e di difesa, e conferme della presenza di gente malata (persone affette da epilessia, tbc latenti, e fratture, anche craniche). Il fatto che al Cpr di Milano ci siano detenute persone con gravi problemi psichiatrici è stato denunciato più volte. L’ultima volta che siamo riusciti ad entrare, il 3 marzo scorso, abbiamo trovato un signore con più di cinquant’anni, del Senegal, che non voleva parlare con nessuno, non voleva che lo guardassimo in faccia, mentre gli parlavamo stava sempre con le coperte tirate fin sopra la testa. E un ragazzo del Salvador, magro e barbuto (c’è solo un rasoio e un solo tagliaunghie per tutto il settore) che si è presentato come un dj in tournée e ci ha accusato di avergli rubato i suoi risparmi. Lui, di solito, nel mezzo della notte, si spogliva completamente e inscenava una sorta di passerella. Sia lui sia il signore senegalese sono incontinenti fecali. Ma di tutto questo, il personale del gestore del Cpr presente nel corso dell’accesso si è detto non essere mai stato prima a conoscenza. L’attuale gestore, la Cooperativa Ekene, è lo stesso che gestisce il Cpr di Gradisca dal 2019”. Dal 2019 al Cpr di Gradisca ci sono stati 4 morti. La Cooperativa Ekene gestisce ora anche il Cpr di Ponte Galeria a Roma.
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Di malati e pestaggi, da parte non solo delle forze dell’ordine ma anche del personale dipendente dal gestore, parla il report “A porte chiuse” scritto dalla rete Mai più lager – No ai Cpr insieme agli attivisti del Naga depositato in allegato ad un esposto alla Procura di Oristano il 20 febbraio scorso. Racconta Teresa Florio che nel documento a disposizione della Procura c’è anche segnalata “la presenza di una persona con gravi problemi psichiatrici, che al colloquio con noi si è presentata come statunitense, con il nome di Richard Nixon, e con la famiglia in uno yacht in rada che l’attendeva. Un altro ragazzo di 20 anni è stato trovato con il colpo completamente devastato da centinaia da tagli profondi per autolesionismo. Mangiava e beveva le sue feci e la sua urina. Nel report sul Cpr Macomer, abbiamo riportato le parole di un ex detenuto che raccontava come ‘più di 17 carabinieri sono entrati nel blocco C, camera 20 alle 3:30 del mattino. Un tunisino ha rifiutato di tornare in patria ed è stato massacrato da tre o quattro agenti, quando si stancava un carabiniere di colpire è il turno dell’altro e così per quasi quattro ore di tortura e abuso di potere davanti all’ispettore di polizia e il responsabile della polizia di turno. C’erano le telecamere. Sopra al letto a castello lo stavano picchiando. Fuori dalla porta hanno circondato la stanza. Ci sono delle telecamere fuori alle finestre, rivolte verso l’abitazione, secondo me hanno ripreso tutto’. Di solito – continua Teresa Florio – i pestaggi si svolgono, a suon di manganelli o calci e pugni, spessissimo a danno di persone ammanettate, ad opera di agenti in tenuta anche antisommossa, nelle celle o nei bagni, o nei luoghi dell’infermeria (l’obbligo di referto dei dottori è quotidianamente violato), cioè gli unici luoghi senza telecamere e senza testimoni. Per lo stesso regolamento ministeriale del 2022 (l’unica disciplina dei Cpr, a parte l’articolo 14 del testo unico immigrazione) le persone con fragilità non dovrebbero essere rinchiuse lì dentro. La domanda che puntualmente ci fanno i detenuti che, per intenderci, stanno meno male degli altri è ‘perché sono qui?’ gli risulta incredibile poter essere privati della libertà personale senza aver commesso alcun reato, ma solo perché provengono da un paese straniero. Peraltro in Italia l’ordinamento non concede nei fatti possibilità di regolarizzazione sul territorio. E la prospettiva di non sapere se e quando si verrà rilasciati o deportati, è logorante. Di qui la nostra campagna per invitare i medici delle strutture sanitarie pubbliche, incaricate delle visite di idoneità per l’ingresso nei Cpr a considerare in scienza e coscienza che in definitiva, sulla scorta delle evidenze scientifiche e documentali, alla luce dei principi di deontologia medica, nessuno dovrebbe essere considerato idoneo alla vita in detenzione amministrativa”.
Questo succede in Italia, nei buchi neri dei 10 Cpr che non sono distanti da noi, sono nelle nostre città. Immaginate cosa può accadere se davvero, come ha annunciato il ministro degli Interni Matteo Piantedosi, andasse in porto il piano del governo Meloni di trasformare in Cpr le celle costruite dall’Italia a Shenjin e Gadjer in Albania.