Dopo l'intervista a Fausto Bertinotti
Pace, lavoro, democrazia: cara sinistra, non tutto è perduto
Riflessioni (di un altro luxemburghiano sconfitto) sulla politica, la sinistra, il passato e il futuro, dopo l’intervista di Fausto Bertinotti all’Unità
Editoriali - di Paolo Franchi

Complimenti a Graziella Balestrieri e all’Unità, prima di tutto, per la bellissima intervista a Fausto Bertinotti di martedì, che riconcilia almeno un po’ un anziano giornalista come me con il mestiere di una vita. E, naturalmente, complimenti (oltre che tantissimi, affettuosi auguri) a Fausto. Non tanto dal giornalista, quanto piuttosto dal vecchio arnese della sinistra novecentesca che anch’io continuo ad essere, nonostante la sinistra così come l’abbiamo intesa noi, e cioè in primissimo luogo come movimento operaio e socialista, non esista più, né in versione radicale né in versione riformista.
A nessuno che abbia varcato la quarantina capiterà più di discutere con Enrico Berlinguer, Bettino Craxi, Pietro Ingrao, Luciano Lama quasi “fossero contemporanei”, come alla generazione di Bertinotti, e poi a quella mia e di Piero Sansonetti, è accaduto “con i classici del movimento operaio”, da Lenin a Rosa Luxemburg (ma direi pure: da Antonio Gramsci a Filippo Turati), considerandoli “non un pezzo di storia, ma un pezzetto di attualità”. I fatti, che, come si diceva una volta hanno la testa dura, si sono incaricati di dimostrare, e quasi sempre in negativo, che nell’ultimo decennio del secolo scorso non è affatto finita la storia, ma il Novecento sì. E che con il Novecento non sono finiti solo l’Unione Sovietica e il “socialismo reale”, ma la sinistra, compresa quella socialista e socialdemocratica che pure il suo lungo duello con il leninismo e con lo stalinismo lo aveva stravinto, e, più in generale, la politica intesa come “forma di costruzione di un popolo, di una democrazia, di un modo di stare al mondo”.
Bertinotti, nella sua intervista, dà conto di questa rottura storica con la passione lucida del “luxemburghiano sconfitto”. E questo va a suo onore. Anch’io, nel mio piccolo, da giovane comunista sono stato infettato dalla “lue luxemburghiana”, come la chiamava Stalin, che mi ha lasciato non pochi strascichi: per dire, ho appreso una volta per tutte che la libertà è in primo luogo quella di chi la pensa diversamente dai suoi scritti polemici con Lenin, ben prima di leggere i classici del socialismo liberale. Ma, fattomi un po’ più grandicello, ho smesso di cercare nel pensiero e nell’azione di Rosa la chiave di una qualche fuoriuscita “da sinistra” dallo stalinismo. Più prosaicamente ho pensato che l’unica via d’uscita possibile fosse, almeno in Italia, quella di una ricomposizione unitaria del movimento operaio e socialista. Che si trattasse, per dirla con una formula all’epoca in voga, di “superare Livorno”, per dare all’Italia quel grande partito socialista che non aveva mai avuto, con una sua destra “ministeriale”, una sua sinistra radicale, e soprattutto un suo solido centro, capace di tener dritta la barra nella buona e nella cattiva sorte.
A ripensarci adesso, ero molto più utopista di Bertinotti. In ogni caso, sconfitta per sconfitta, lui può ancora consolarsi invocando qualche scintilla che incendi la prateria, quelli come me possono solo guardare sconsolati l’irresistibile declino, in tutte le sue varianti, di quel socialismo europeo che, con un eccesso colpevole di ottimismo, avevano considerato come il porto sicuro verso cui fare rotta. Un filo, e che filo, si è rotto, una memoria collettiva, e che memoria, è stata spezzata. Ma, fosse anche solo per tigna, come il famoso soldato di Napoleone, continuo a pensare, che ci si debba impegnare per rintracciarlo e ricucirlo, quel filo, e per restituire un senso a quella memoria. In forme nuove e profondamente diverse da quelle novecentesche, ed è inutile spiegare perché. Tenendo a mente, però, che c’è modo e modo di superare un Novecento che, con tutti i suoi orrori, non è stato solo, né soprattutto, “il secolo delle idee assassine” di cui si è favoleggiato, a destra ma pure nella terza, ipotetica sinistra, quella cosiddetta liberale.
È stato “il secolo delle rivoluzioni”, aperto dall’Ottobre rosso, concluso con la caduta ingloriosa dell’Unione Sovietica, come ricorda Fausto. Ma è stato pure, contemporaneamente e non sempre contraddittoriamente, il secolo delle grandi conquiste sociali, dei diritti, di un ampliamento delle libertà individuali e collettive in passato del tutto inimmaginabile, dell’entrata sulla scena di miliardi di uomini e di donne fin lì tenuti peggio che ai margini dal colonialismo e dall’imperialismo, della possibilità per la prima volta fattasi concreta della coesistenza pacifica tra Stati e sistemi politici, economici e sociali diversi e contrastanti. Di questa temperie politica e culturale il movimento operaio e socialista italiano ed europeo, in tutte le sue componenti, è stato un protagonista essenziale. Se dovessimo indicare i temi essenziali su cui ha fatto leva per esercitare questo ruolo, non potremmo che indicarne tre, tra loro strettamente connessi: la democrazia, il lavoro, la pace. Personalmente fatico anche solo a immaginare una sinistra del terzo millennio che abbia altre e diverse ragioni di esistenza.
Capita, però, che la realtà superi di gran lunga l’immaginazione, in particolare quella di chi, come me, non è né un profeta né un visionario. La terza sinistra, quella cosiddetta liberale che si è adeguata al neoliberismo nella presunzione di poterlo governare meglio di una destra considerata impresentabile in società, il suo legame profondo con la causa del lavoro ha cominciato a considerarlo inessenziale, quasi trent’anni fa, negli stessi tempi in cui ha messo la sordina alla sua vocazione alla pace. Ormai non allibisce e non si indigna nemmeno di fronte alla decisione della Ue di sollecitare i cittadini degli Stati membri di fornirsi di una “borsa di resilienza” contenente gli articoli considerati utili a sopravvivere almeno 72 ore, non si sofferma un attimo a riflettere su come mai le bandiere del lavoro e della pace vengano sollevate in tutta Europa, strumentalmente, certo, ma non per questo senza successo, dalle destre più sovraniste e populiste, non si chiede neppure se una scelta riarmista non comporti il rischio, o parecchio di più, di una militarizzazione della produzione, della politica e delle istituzioni, e quindi di un’ulteriore contrazione della democrazia.
Ma su questo non ho molto da aggiungere a quel che Bertinotti ha detto benissimo. Come lui (credo), penso che ogni ipotetica ripartenza da qui – dalla democrazia, dal lavoro, dalla pace – debba prendere le mosse. A differenza di lui, non sono convinto che la succitata, ipotetica ripartenza possa essere affidata solo o soprattutto all’insorgere di altrettanto ipotetici movimenti collettivi: se proprio debbo sognare, continuo a sognare qualcosa di simile al congresso socialista di Genova del 1892, e insomma alla contrastata (ri)nascita di un partito vero, fatto di uomini e donne in carne e ossa. Non so se come Fausto o a differenza di Fausto mi chiedo se un partito siffatto possa prendere corpo senza un ideale, un’utopia, un’idea (qualcuno ricorda l’Internazionale?) di futura umanità. Aveva sicuramente le sue ragioni Bernstein quando diceva che il movimento è tutto, il fine è nulla. Ma ne aveva ancora di più Willy Brandt, quando, intervistato, guarda tu, da Oriana Fallaci, sosteneva che il socialismo è come la linea dell’orizzonte, più tu credi di avvicinarla, più quella si allontana, ma non per questo smetti di inseguirla.