Il portavoce Unicef Italia
Parla Andrea Iacomini (Unicef): “Ho visto i bambini vittime delle guerre”
«Sentiamo parlare di Gaza e Ucraina, ma quasi 500 milioni di minori vivono in 59 paesi in conflitto. Sogno una piazza del Popolo gremita di bambini, senza bandiere, che sventolano disegni inneggianti alla pace»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli

Andrea Iacomini, Portavoce Unicef per l’Italia. Uccisi dalle bombe, dal freddo, dalla fame, dalla mancanza di cure. I bimbi di Gaza. Una infanzia cancellata. Nel silenzio complice della comunità internazionale. Quei bambini non contano nulla…
Non solo della comunità internazionale ma anche di una certa stampa. Nessuno prende le parti dell’una o dell’altra fazione men che meno noi in quanto Unicef, ma quando è troppo è troppo. In questo disastro che colpisce i piccoli inermi di Gaza o che ha colpito il 7 ottobre i bambini e le bambine israeliane vittime della furia di Hamas non doveva morire neanche un bambino. Non lo dico solo io, lo dicono le Convenzioni Internazionali dal 1946 ad oggi. Tutte violate. Purtroppo. Contano le decisioni degli adulti. Se posso aggiungere una cosa, però, la complicità non riguarda solo conflitti “mediatici terribili” come Gaza o l’Ucraina appunto, al centro del dibattito ogni giorno, ma anche disastri dimenticati come il Sudan, la crisi definita “della negligenza” dove vengono violentati bambini di appena un anno, la Repubblica Democratica del Congo, con numeri di sfollati senza precedenti, la situazione ad Haiti dove sono aumentati del 1000% i casi di violenza sessuale nei confronti dei bambini, quella dei Rohingya di cui ha parlato il Papa, emergenza nascosta di livelli enormi e molti altri. Ci sono 500 mln quasi di bambini che vivono in 59 paesi in conflitto più o meno grandi. Noi sentiamo parlare solo di questi. A Gaza-per dirla con le parole del nostro Portavoce Internazionale James Elder dopo il raid di qualche giorno fa – “rivediamo le immagini delle persone che scavano tra le macerie, l’umanità viene sepolta mentre il mondo guarda i bambini che vengono di nuovo uccisi. Siamo tornati a un punto in cui nessuno di noi voleva credere che ci saremmo ritrovati di nuovo. Nessuno di noi voleva pensare che questo potesse accadere di nuovo, ma eccoci qui. 180 ragazze e ragazzi uccisi in un solo giorno. I diritti dei bambini sono stati ignorati, sono stati negati, sono stati smantellati, non per caso ma per scelta”.
Chi riuscirà a sopravvivere, porterà dentro di sé per tutta la vita il trauma di aver visto morire i genitori, o i fratelli e le sorelle. Che mondo è questo?
Do alcuni dati. In Ucraina 1 bambino su 5 ha perso un familiare o un amico dall’escalation della guerra di tre anni fa. A Gaza ci sono oltre 18 mila bambini per le strade senza uno o entrambi i genitori. Li ho visti da vicino i bambini vittime delle guerre, senza più nulla, con il fardello del loro “niente” e mi domando dove troveranno la capacità di perdonare. Ci siamo mai chiesti “E se fosse accaduto a me” “E se fosse capitato a mio figlio”? Il mondo contemporaneo è quello in cui gli adulti della mia generazione hanno fallito e dovrebbero chiedere scusa ai bambini e ai giovani di oggi. Gli lasciamo in eredità la peggior epoca storica dal punto di vista umanitario dal 1946. Un mondo in cui non si insegna più l’amore. Questo è un mondo dove si sceglie di andare in piazza per l’Europa ma non per la pace di tutti, senza distinzioni, senza bandiere senza colori. Perché? Mi domando perché è così difficile riempire le piazze del pianeta al grido “Basta”! Non lo dico da oggi, lo ripeto da quando il conflitto siriano 12 anni fa imperversava nel mondo. Le dirò una cosa. Oggi gli unici titolati ad andare in piazza senza vergognarsi di chiedere pace e senza steccati sono i bambini e i ragazzi di tutte le scuole del pianeta, le vere vittime di quello che sta accadendo. Sogno una piazza del Popolo gremita di bambini senza bandiere che sventolano disegni inneggianti alla Pace. Magari ci riusciamo chissà…
Pace. Parola evocata da tutte le parti. E da tutte le parti infangata. Ma nessuno pensa alla pace con gli occhi di un bambino. Eppure, il futuro è loro.
Io non credo che il futuro sia dei bambini. Credo che il presente lo sia molto di più e che quando noi adulti usiamo questa formula “Il futuro è nelle vostre mani” li stiamo già fregando, basta guardarsi intorno per capirlo. Dobbiamo insegnare ai nostri figli a spendere bene il presente come non abbiamo fatto noi. Cito una grande frase del grande professore Leo Buscaglia “Non importa sapere quale sia la causa del tuo dolore: l’importante è che tu faccia qualcosa per gli altri, che esca da te stesso e cerchi di far felici gli altri per incontrare così la tua felicità. Non dimenticare che vivere è amare e che morire è smettere di amare. Se non ami nessuno sei perduto e stai morendo nella tua vita. Inoltre, sai tu fino a quando avrai l’opportunità di continuare a vivere? No? E allora utilizza bene il tempo della tua vita”. Dobbiamo insegnarlo ai nostri figli, solo così non ci saranno più guerre che spesso nascono dentro di noi, dentro i cuori malati di adulti che non stanno bene.
L’Europa si riarma e intanto vengono drasticamente ridotte le già scarse risorse per la cooperazione internazionale e il sostegno ai più indifesi tra gli indifesi: i bambini, le donne, gli anziani.
Per me L’Europa è il luogo del diritto, della libertà, della solidarietà e della fratellanza che si fonda sul concetto del “Mai più” mai più guerra, odio, morte. L’Europa che avevano iniziato a pensare statisti come De Gasperi, Schumann e Adenauer, io parto da lì. È quella che si è plasmata sullo scambio culturale di popoli diversi attraverso le gite, gli Erasmus, i festival di tanti ragazzi che provenivano da esperienze di vita molto diverse tra loro. Da loro bisogna ripartire, da quelli che oggi hanno 50/60 anni figli di quel concetto di Europa che hanno visto crollare il Muro di Berlino. Le racconto un aneddoto. Ho da poco perso uno zio, fratello di mio padre, un uomo cresciuto in epoca di guerra, uno di quelli che ci ha promesso che mai più l’Europa “sarebbe bruciata nel fuoco” per parafrasare una bellissima canzone degli Stadio: “Chiedi chi erano i Beatles”. Ecco lui, da Presidente di un coro folkloristico del suo paese natale, Tagliacozzo, fu a mio parere un modello di vero “europeista” anticipando negli anni 70 quella che sarebbe stata l’Europa, facendo partecipare il coro a tutti i festival europei da Nord a sud da est a ovest anche nei paesi divisi dalla guerra fredda, lasciando a quei giovani un bagaglio culturale senza precedenti. Quella era un’idea avanzata dello stare insieme che oggi sembra andare perduta forse perché gli anni successivi ci siamo isolati, chiusi in noi stessi, impauriti dalle crisi e da un mondo in rapida evoluzione sia dal punto di vista emotivo che delle tecnologie. E non abbiamo retto. Bisogna aumentare la spesa per gli aiuti umanitari perché altrimenti tanti bambini moriranno, va detto e in questo sono convinto che l’Europa possa giocare un ruolo da protagonista oggi più di prima. L’Europa potrebbe essere il luogo dell’incentivo agli aiuti in quest’epoca di tagli e assumere una leadership nei meccanismi di aiuto globale.
Un’altra grande “emergenza” senza fine è quella dei migranti…
Solo pochi giorni fa abbiamo assistito all’ultimo naufragio al largo di Lampedusa con un bilancio gravissimo: sei morti e circa 40 dispersi, tra cui -secondo le ricostruzioni – anche minorenni. Ed è stato solo l’ultimo di una serie di incidenti mortali. Sono tante le persone che ancora intraprendono questi viaggi perché in fuga da conflitti, contesti di crisi e violenza o anche solo perché alla ricerca di condizioni di vita migliori. Solo quest’anno sono arrivate sulle nostre coste oltre 9 mila persone, tra cui più di 1000 minorenni stranieri non accompagnati e continuiamo a riscontrare situazioni di grande vulnerabilità. Come Unicef esortiamo i governi a sfruttare il quadro fornito dal Patto sulla migrazione e l’asilo per rafforzare l’impegno a salvaguardare bambine, bambini, e adolescenti in linea con il diritto comunitario e internazionale. Significa potere garantire percorsi sicuri, legali e accessibili per coloro che cercano protezione e si ricongiungono con i membri della famiglia. Ma anche assicurare un sistema coordinato di ricerca e salvataggio in mare, la possibilità di uno sbarco sicuro, l’accoglienza in strutture adeguate e l’accesso ai servizi di asilo.
Cosa si sente di chiedere alla politica?
Alla politica vorrei chiedere di fare un passo in avanti, di metter da parte gli egoismi, i personalismi e le convenienze di parte, per cercare di costruire un Paese, una Europa e un mondo che sia più accogliente. Chiedo ai leader nazionali ed europei di parlare a tutti, non solo ai propri sostenitori. Ci sono leader che lavorano per dividere invece oggi c’è bisogno di cucire, cucire gli interessi composti, le ferite di un Paese, di cucire le divisioni tra i popoli, chiedo alla politica insomma di essere un grande sarto.