68esima sessione della CND
Il gioco del proibizionismo si è rotto: l’Onu apre al cambiamento
Le evidenze scientifiche e la volontà di alcuni stati di uscire dal vicolo cieco della war on drugs hanno permesso di invertire la rotta. Sì alla risoluzione della Colombia per avviare una revisione dell’intero sistema di controllo globale delle droghe da parte di un panel di esperti indipendenti. America isolata. L’Italia vota a favore con la delegazione UE
Politica - di Leonardo Fiorentini

Tutto pareva cominciare al solito alla 68esima sessione della Commissione Droghe dell’ONU (CND) a Vienna. Quando poi il sottosegretario antidroga Mantovano, intervenendo in plenaria, ha confermato che il governo Meloni si ritiene “in prima linea” nella war on drugs, in sottofondo sembrava quasi di ascoltare la marcia di Radetzky. Eppure, a riascoltarle oggi, quelle parole suonano utili solo ad alimentare la propaganda interna, ma fuori tempo e fuori contesto pure all’interno dei riti viennesi.
Ci ha infatti pensato poco dopo il pupillo teocon Cartwright Weiland a sparigliare le carte: a nome degli Stati Uniti ha attaccato frontalmente la Cina, e di rimbalzo Messico e Canada, per la crisi del Fentanyl. Un intervento fuori da ogni protocollo e smemorato – come Mantovano prima – delle cause endogene dell’epidemia di overdose, dovuta in primo luogo dal ruolo di Big Pharma all’interno del sistema mercificato della salute statunitense. Weiland divenne noto alle cronache nel 2020, come rapporteur della Commission on Unalienable Rights voluta dall’allora Segretario di Stato repubblicano Pompeo. Il rapporto fu aspramente criticato come tentativo di selezionare quali diritti promuovere e quali ignorare, mettendo in secondo piano i diritti “moderni”, come quelli delle persone LGBTQ+ o riproduttivi (compreso l’aborto).
Aperte così le danze, il giorno successivo la CND ha pure accolto – con finto stupore e sincera rimozione – la notizia dell’arresto e della presa in custodia da parte della Corte penale internazionale di Rodrigo Duterte. L’ex presidente filippino è accusato di crimini contro l’umanità per la sua sanguinosa guerra alla droga che ha mietuto ufficialmente oltre 6.000 morti (ma le stime indipendenti arrivano a contarne quasi 30.000). Giusto l’anno scorso raccontavamo su queste pagine (l’Unità, 6 aprile 2024) del “voto eretico” sulla riduzione del danno, che per la prima volta ruppe l’unanime e inscalfibile approccio proibizionista al “problema globale delle droghe”. Ebbene, quest’anno si è votato praticamente su tutto: il “Vienna consensus” sembra un ricordo lontano. La delegazione statunitense, dopo aver fatto infuriare i paesi accusati di complicità nella produzione e traffico del fentanyl, ha indispettito il resto del consesso chiedendo più volte di rimuovere dall’agenda gli obbiettivi per lo sviluppo sostenibile per il 2030 dell’ONU, oppure termini come biodiversità e genere, chiarendo che “esistono due sessi, uomini e donne”.
L’intransigenza sull’agenda linguistica trumpiana ha suscitato più volte l’ilarità nella platea, e presto si è trasformata in un progressivo isolamento. Complici le crisi internazionali e il caotico nuovo ordine mondiale di Trump, le evidenze scientifiche da una parte e la forte volontà di alcuni stati di uscire dal vicolo cieco della war on drugs hanno definitivamente rotto il giochino proibizionista. È il caso della Colombia, che ha presentato una risoluzione volta ad avviare una revisione dell’intero sistema di controllo globale delle droghe da parte di un panel di esperti indipendenti. Una mossa rivelatasi vincente per il paese guidato da Gustavo Petro, che da tempo insiste sulla necessità di legalizzare la coca e che ne ha richiesto la revisione scientifica da parte dell’OMS. “Se domani la CND dicesse ‘la cocaina è legale’, domani la guerra in Colombia sarebbe finita, sarebbe così semplice” disse Petro lo scorso luglio al Palazzo di Vetro a New York. Più nota e recente l’affermazione che “la cocaina è illegale perché è prodotta in America Latina, non perché sia peggiore del whisky”.
Un modo per ricordare la genesi neocolonialista delle convenzioni internazionali sulle droghe. L’Ambasciatrice Laura Gil ha ribadito come la sua Colombia “abbia pagato il prezzo più alto nella guerra alla droga e che è necessaria un’azione urgente”. Con un’abile tessitura diplomatica ha ottenuto il sostegno di paesi insospettabili come Giappone, Corea del Sud e Zimbabwe, costruendo così dal nulla un nuovo approccio multilaterale che coinvolge paesi del Sud e del Nord del mondo. Il 14 marzo il documento è stato approvato con 30 voti a favore (Italia compresa), 18 astensioni e soli 3 contrari (USA, Russia, Argentina). La risoluzione istituisce un panel di 19 esperti indipendenti, nominati da CND, ONU, INCB e OMS, che avrà il compito di formulare raccomandazioni per migliorare l’applicazione delle convenzioni sulle droghe, nel rispetto del diritto internazionale, incluso finalmente quello che tutela i diritti umani. Il panel avrà due anni per preparare il proprio rapporto in vista della già prevista revisione periodica del 2029.
Anche se le resistenze saranno forti, a partire dall’Ufficio per le droghe e il crimine dell’ONU (UNODC) che manterrà il segretariato di tutto il processo di valutazione, la risoluzione offre un’opportunità per mettere in discussione il sistema globale sulle droghe. Una vittoria contro l’immobilismo e i proclami retorici ripetuti in decenni di inconcludenti riunioni viennesi. Sono stati così sconfitti anche gli Stati Uniti, emarginati a votare insieme ai soli delegati russi e argentini. L’Italia ha evitato strappi e si è allineata al voto della delegazione dell’Unione Europea.
Il voto sembra diventato una pratica consolidata alla CND, segnando la fine dei compromessi al ribasso dell’era del consensus e aprendo la strada a decisioni tendenzialmente più progressiste rispetto all’abulia del passato. Per la prima volta la CND stessa si mette in discussione, aprendo alla valutazione esterna un sistema sinora chiuso ed autoreferenziale. Di solito in politica quando non si sanno che pesci pigliare, si crea un comitato. Questa volta però, al termine di una settimana inedita per l’organo di governo del sistema di controllo internazionale sulle sostanze psicotrope, la colonna sonora sembra davvero cambiata: dal walzer viennese alla cumba colombiana.
*Forum Droghe