La maggioranza torna a ballare

Riarmo Europa: Tajani e Salvini tornano sul ring, maggioranza Meloni a rischio terremoto

Dopo la fragile tregua imposta da Meloni, Forza Italia e Lega se le suonano pubblicamente: crepe nelle quali ha provato a insinuarsi l’idea di Calenda

Politica - di David Romoli

1 Aprile 2025 alle 08:00

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Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica
Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica

Il doppio no di Pd e FI alla proposta di Calenda, una coalizione di “volenterosi” che in nome dell’Europa tagli fuori gli antieuropeisti della Lega e dei 5S è arrivato a strettissimo giro e nessuno se ne è stupito.

La manovra era piuttosto sgangherata ed estemporanea, nessuna probabilità di successo e certamente se ne rendeva conto lo stesso leader di Azione. Si è lanciato comunque sperando nel domani molto più che non nel presente, contando cioè su un ulteriore e alla fine irrecuperabile allargamento della spaccatura nella maggioranza sulla politica estera. Non si tratta dell’unico elemento che vede il partito di Salvini e quello di Tajani attestati su posizioni contrapposte, basti pensare al braccio di ferro sull’autonomia differenziata frenata dagli azzurri o a quello sulla pace fiscale chiesta da Salvini e bocciata da Tajani. Però è l’unico fronte tanto centrale per tutti da poter produrre un vero incidente. Ad aumentare la tensione concorre un fattore in più. Come i sondaggi confermano gli italiani sono in larghissima maggioranza contrari al riarmo, dunque premiano i partiti che almeno a parole lo escludono, come la Lega, a danno di quelli favorevoli. FI, dopo aver raggiunto e superato la Lega perde terreno. Non a caso l’ultima sparata di Tajani, l’attacco rivolto agli “sfasciacarrozze” che sono l’ultima cosa di cui l’Europa ha bisogno, è arrivato dopo che Salvini aveva annunciato un’iniziativa dei Patrioti a Strasburgo per costringere la presidente von der Leyen, del Ppe come FI, a portare il tema nel Parlamento europeo.

In sé, dunque, la “proposta indecente” di Calenda, una maggioranza FdI-Pd-FI più centristi vari, si basa su un elemento reale: se arrivasse davvero alle estreme conseguenze la sfida sul riarmo potrebbe terremotare la maggioranza e va segnalato che nessuna delle tensioni degli ultimi due anni e mezzo ha mai neppure sfiorato questo rischio. Di certo però non si tratta di una minaccia incombente ora: pur annunciato con rullo di tamburi e squilli di tromba il piano partorito dalla presidente von der Leyen è in altissimo mare. Tutti si sono detti d’accordo sul principio, l’Europa deve tornare armata fino ai denti, nessuno o quasi però condivide la strada individuata dalla presidente per raggiungere detto risultato. Ci vorranno mesi, se tutto va bene, anche solo per arrivare a una proposta davvero compiuta e definita.

Qualcosa però almeno per palazzo Chigi e per la Difesa è già facilmente prevedibile. Il riarmo si articolerà per piani nazionali, lasciando dunque ampio spazio di manovra per l’interpretazione che del riarmo dà l’Italia: un’ottica molto estensiva che non si limita all’acquisto dei cannoni ma interviene a fondo sulle infrastrutture, creando così posti di lavoro, sulla cybersicurezza, sulla ricerca e naturalmente sulla difesa dei confini che “è la prima minaccia”.  Nell’intervista al Corriere della Sera di tre giorni fa la presidente europea ha teso la fune all’amica italiana Giorgia. Prima di tutto le ha fatto scudo contro chi la accusa di essere passata dalla parte di Trump contro l’Europa. Poi magnifica il riarmo declinandolo come piace alla destra italiana, come un piano industriale in grado di incidere a fondo anche sul civile.

Non può bastare a Salvini e in realtà neppure a FdI. Anche se la destinazione dei fondi fosse davvero a maglie molto larghe resterebbe inevaso il nodo centrale, gli strumenti per raccogliere i miliardi necessari. Ieri il ministro per gli Affari europei è stato esplicito. Ha usato toni quasi equidistanti rispetto a quelli di Salvini e di Tajani. Un colpo a favore del leghista: “Parlare di ReArm nell’Europa occidentale è uno sbaglio”. Un altro a supporto del forzista: “Non puoi arrivare al disarmo, auspicio fondamentale, se parti dall’abbandono della Difesa”. Ma sul finanziare il riarmo gonfiando il debito Foti, vicinissimo da sempre alla premier, è secco: “Un piano tutto a debito non incontra l’entusiasmo dei cittadini”. Insomma, la tensione nella maggioranza c’è davvero ma la materia del contendere ancora no. Solo se e quando il quadro sarà molto più chiaro di oggi si capirà se quelle tensioni possono diventare un vero scontro o no. Nel primo caso assisteremmo a manovre ben più articolate di quella tentata alla cieca da Calenda.

1 Aprile 2025

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